UNA LINFA D’AMORE CHE PORTA FRUTTO – Gv 15, 1-8

Parrocchia di Fontane
Parrocchia di Fontane
UNA LINFA D’AMORE CHE PORTA FRUTTO - Gv 15, 1-8
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

La vite ha qualcosa di misterioso, oltre che domandare più attenzione e tempo all’agricoltore che le altre colture della terra, se si vuole che produca frutto. Il frutto della vite apporta gioia nel cuore dell’uomo (Sal 104,15), ed è la gioia di Dio.

Nell’Antico Testamento si dice che Dio ha una vigna che cura con tanta attenzione e amore, che però non è all’altezza delle sue attese e non produce quei frutti che il suo lavoro sperava di ottenere. Il profeta Isaia annuncia che Dio ama la sua vigna (Israele), ha fatto di tutto per essa, ma, invece del frutto di giustizia che attendeva, essa gli ha dato l’acerba vendemmia del sangue versato. Geremia dice: Israele è una vigna scelta, inselvatichita e divenuta sterile. Verrà però un giorno che la vigna fiorirà sotto la custodia vigilante di Dio.

Ciò che Israele non ha potuto dare a Dio, lo dà Gesù. Egli è la vite autentica: la nuova comunità, la Chiesa, per portare frutto, deve vivere in comunione con Lui. Ecco la risposta che Gesù dà ai discepoli impegnati a continuare la sua missione. Sono chiamati ad una profonda relazione con Lui: conoscerla è molto importante, viverla lo è ancora di più. 

Ecco il grande cambiamento portato da Gesù: Dio stesso è la vite. Gesù è la vite, noi i tralci. Noi e Lui, la stessa cosa! Stessa pianta, stessa vita, unica radice, una sola linfa. Siamo il prolungamento di quel ceppo, siamo composti della stessa materia. Gesù-vite spinge incessantemente la linfa verso l’ultimo nostro tralcio, verso l’ultima gemma, che noi dormiamo o vegliamo, e non dipende da noi, ma da Lui. Così noi succhiamo da Lui linfa dolcissima e forte. Siamo immersi in un oceano d’amore, abbiamo a disposizione una sorgente inesauribile, a cui possiamo sempre attingere e che non verrà mai meno! Eppure sembriamo non rendercene conto.

La base della nostra esistenza è nutrirsi di questa linfa. Dobbiamo prendere coscienza di questa energia che scorre in noi proveniente da Dio, e aprire continuamente strade e canali per accogliere questa linfa. Dio è già in noi, non c’è da cercarlo lontano, scorre nelle vene del nostro essere.

La vera e nuova vigna, il nuovo popolo di Dio è Cristo insieme ai tralci. Il Padre, che rimane sempre l’agricoltore, si prende carico a tempo pieno della sua vigna e lo fa potando i tralci che non danno frutto e ripulendo quelli buoni da tutto ciò che impedisce loro di ricevere con abbondanza la linfa. Egli vuole che diano sempre più frutti. E’ chiaro che non è Cristo che “taglia”, ma è sempre il Padre che agisce con amore: li cura e li ripulisce perché diano maggior frutto. Il rimanere in Cristo ha senso se si dà frutto, non può esistere un tralcio passivo. Meraviglioso il lavoro di Dio Padre, vignaiolo, nei nostri confronti! Si dà da fare attorno a noi. Non impugna lo scettro, ma la zappa, non siede sul trono, ma sul muretto della mia vigna. Mi contempla con occhi pieni di speranza.

Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Potare non significa amputare, bensì togliere il superfluo e dare forza, vita: ha lo scopo di eliminare il vecchio e far crescere il nuovo. Qualsiasi contadino lo sa: la potatura è un dono per la pianta. Così il nostro Dio contadino ci lavora, con un solo obiettivo: la fioritura di tutto ciò che di più bello e promettente pulsa in noi. Ma quanta fatica facciamo a vivere questi momenti della “prova”, che sono condizione indispensabile di fecondità, ma che spesso suscitano in noi, smarrimento!

Gesù ha bisogno di grappoli buoni, anche di uno solo. Come discepoli, prendiamo anche noi atto di questa responsabilità. Guidati dalla Parola, continuiamo a rimanere uniti a Cristo, a non perdere la nostra intimità con Lui. Solo uniti a Cristo siamo fonte di vita. Se interrompiamo questa unione con Gesù, piombiamo in una sterilità assoluta, e non continuiamo l’opera di salvezza di Gesù. Senza i tralci (noi), anche la vite (Gesù) è sterile. Grande mistero di questo progetto di Dio che ci chiama a  essere sorgente di vita per l’umanità. Prima di tutto dobbiamo anche nella prova essere sani e gioiosi. Nessuna vite sofferente porta frutti buoni! Così ci vuole Dio.Ogni tralcio che non porta frutto lo taglia: c’è sempre la possibilità del peccato, di diventare un ramo secco, improduttivo, che non porta frutto. Questo avviene sempre, quando ci stacchiamo da Cristo (la vite), quando ci dimentichiamo che senza di Lui non possiamo far nulla.