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Ascolto della Parola

L’UNICA MISURA DEL PERDONO È PERDONARE SENZA MISURA – Mt 18,21-25

Sulla esigenza della correzione fraterna e del recupero del fratello che ha sbagliato, Pietro vuol vederci più chiaro, soprattutto nelle situazioni in cui si è offesi personalmente. Pietro interviene come responsabile della comunità credente, scelta da Cristo.

Alla domanda di Pietro “Signore, quante volte dovrò perdonare a mio fratello se pecca contro di me?”, Gesù risponde che il perdono cristiano è senza limiti (“Settanta volte sette”), cioè sempre. L’unica misura del perdono è perdonare senza misura. Ma perché farlo? Perché così fa Dio, perché il Regno è acquisire per me il cuore di Dio e poi metterlo nelle mie relazioni. Dobbiamo perdonare senza misura perché Dio ci ha fatto oggetto di un perdono senza misura. È dalla gratuità del dono di Dio che nasce il perdono. Il perdono fraterno è conseguenza del perdono di Dio, ne è la risposta. Per capire il perdono dobbiamo guardare in alto, ma dobbiamo anche guardare nella profondità dell’uomo: non c’è amicizia senza perdono, né famiglia, né fraternità, né pace: Il perdono è necessario per vivere e relazionarsi a tutti i livelli. Vivere il Vangelo, non è spostare un po’ più avanti i paletti della morale, del bene e del male, ma è la lieta notizia che l’amore di Dio non ha misura.

Per imprimere bene nella mente questa volontà di perdono, Gesù narra una significativa parabola che si sviluppa in tre atti:

1. Padrone – servo: viene descritto il comportamento insolito di un “re”- padrone potente che tratta i suoi sudditi come servi. Un giorno vuol vedere chiaro la situazione. Uno dei servi gli deve una cifra iperbolica equivalente a 35 chili d’oro: un debito insolvibile, un dato volutamente esagerato, una somma che nemmeno era in circolazione in tutta la Palestina. Il servo si getta a terra, lo supplica, gli promette l’impossibile. Il re diventa il modello della compassione. Sente come sua l’angoscia del servo. Il dolore vale più dell’oro. Al posto del re-padrone ora vediamo il volto  di Dio “ricco di grazia e misericordia”.

Invitando a perdonare il fratello fino a sette volte,Pietro pensava di essere stato molto generoso in fatto di riconciliazione. La parabola sottolinea la sproporzione della misericordia di Dio, rispetto al limite che Pietro aveva proposto per il perdono. Gesù va oltre le quante volte… e ci narra la misericordia di Dio e l’esigenza che il perdono sia illimitato verso il fratello che pecca.

2. Il perdonato non sa perdonare. In opposizione a questo cuore regale, ecco il cuore servile. Appena uscito, non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un’ora dopo. Appena uscito, ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato, appena restituito al futuro e alla famiglia, appena fatta l’esperienza di un cuore regale, preso il suo compagno per il collo lo strangolava, gridando: ridammi il mio euro, lui perdonato di miliardi. Non si accorse nemmeno di essere stato supplicato con le stesse parole da lui usate quando supplicava il re. Il servo perdonato non agisce contro il diritto o la giustizia: vuole essere pagato. È giusto, e spietato. È onesto, e al tempo stesso cattivo. Quanto è facile essere giusti e spietati, onesti e cattivi. Giustizia e diritto non bastano a fare nuovo il mondo. Chi riceve misericordia, deve usare misericordia. Di fronte a tanta ingratitudine, dinanzi a un uomo dal cuore così duro, si può solo inorridire e ribellarsi. Gesù propone l’illogica pietà: non dovevi anche tu aver pietà di lui, come io ho avuto pietà di te? Questo per acquisire il cuore di Dio, immettere il suo divino disordine dentro l’equilibrio apparente del mondo.

3. Giustizia ci vuole. Gli altri servi non chiedono vendetta: solo espongono i fatti al re e lasciano che sia lui a decidere. Giustizia umana è “dare a ciascuno il suo”. Ma ecco che su questa linea dell’equivalenza, dell’equilibrio tra dare e avere, dei conti in pareggio, Gesù propone la logica di Dio, quella dell’eccedenza: perdonare settanta volte sette, amare i nemici, porgere l’altra guancia, dare senza misura.

Non dovevi forse anche tu aver pietà di lui, così come io ho avuto pietà di te?” Non dovevi essere anche tu come me? Questo è il motivo del perdonare: fare ciò che Dio fa. Il contrasto tra i due quadri della parabola intende far vedere quanto sia degno di condanna il servo che non perdona dal momento che egli fu per primo perdonato. Il servo è condannato perché tiene il perdono per sé, e non permette che il perdono ricevuto diventi gioia e perdono per gli altri. L’errore del servo è quello di separare il rapporto con Dio dal rapporto con il prossimo. E invece è un rapporto unico: come fra Dio e l’uomo c’è un rapporto di gratuità, di amore discendente e accogliente, così deve essere fra l’uomo e i suoi fratelli.

Non è il nostro perdonare che ci merita il perdono, ma è la misericordia ricevuta prima dal Padre, che ci impone, meglio ci affida la missione di portare e donare il perdono. Perdonare di cuore, nell’intimo: buttare giù le barriere che sono dentro di noi. Questa è la bella immagine della comunità cristiana. Ma quanto è difficile, domanda un atto di fede. Fede è dare fiducia all’altro, guardando non al passato, ma al futuro. Così Dio con noi: ci perdona non come Colui che dimentica il nostro passato, ma come Colui che ci sospinge oltre.

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