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Ascolto della Parola

COSA RESTERÀ DI NOI ALLA FINE? L’AMORE DATO E RICEVUTO – Mt 25,31-46

Vangelo

Commento

Le letture liturgiche della messa di Cristo Re hanno lo scopo non tanto di dirci che Gesù è Re, ma di farci comprendere la natura inattesa e sconvolgente della sua regalità. Gesù è re, ma la sua regalità è diversa da quella del mondo. Gesù è un re per gli altri: la sua regalità è dono e servizio, non dominio. Predilige i poveri e i deboli, non i forti.

La pagina del Vangelo si impone non solo per la forza del messaggio, ma anche per la suggestione della sua scenografia: imponente scena del giudizio universale.

1. C’è innanzitutto la convocazione dei popoli e la loro separazione. Si parla della fine della storia al futuro. Si tratta di una profezia di quello che avverrà, dopo che tutte le genti avranno ascoltato l’annuncio del vangelo del Regno. Si parla non più di un “Figlio dell’uomo” sofferente, perseguitato, e che nella sua vita condivise in tutto la debolezza della condizione umana, la fame, la nudità, la solitudine, ma di Lui divenuto “Re e Giudice” in tutto il fulgore della sua “gloria”, con tutti gli angeli che gli fanno da corona. È però un re che si identifica con i più umili, i più piccoli: anche nella sua funzione di giudice universale, Gesù rimane fedele alla logica di solidarietà che lo guidò in tutta la sua esistenza terrena. Re glorioso, ma la sua gloria è il trionfo dell’amore che si è manifestato sulla croce. Proprio la croce ha manifestato la vera regalità di Gesù, fatta di amore e di dono di sé. Dio radunerà tutti i popoli. Nel mondo buoni e cattivi erano tutti mescolati, ma giunta “la fine del mondo”, è il momento della separazione.

Da una parte i “benedetti del Padre mio”: è la famiglia di Dio che si riunisce definitivamente nella casa del Padre, in quel regno che “è stato preparato fin dalla creazione del mondo”. Non si tratta di una cosa improvvisa: fin dall’eternità Dio ci ha chiamati alla vita eterna con Lui, alla comunione con Lui, il Figlio, mediante lo Spirito Santo. Tutto ci viene donato, non prescindendo dai nostri meriti, ma superando ogni nostro merito: è un’eredità.

2. Il dialogo del re con quelli di destra e sinistra. “Ciò che avrete fatto ai miei fratelli, è a me che l’avete fatto”. Il Padre è nei cieli, ma il cieli del Padre sono i suoi figli: il povero è il cielo di Dio. Quando tocchi un povero, tocchi Dio. Argomento del giudizio non sarà tutta la nostra vita, ma le cose buone della nostra vita: non le fragilità, ma la bontà. Nella memoria di Dio non c’è spazio per i nostri peccati, ma solo per i gesti di bontà e per le lacrime. Perché il male non è rivelatore, mai né di Dio né dell’uomo. È solo il bene che dice la verità di una persona. Davanti a Dio non temo per la mia debolezza, ho paura solo delle mani vuote. Il Padre non guarderà a noi, ma attorno a noi, alla porzione di lacrime e di sofferenti che ci è stata affidata, per vedere se qualcuno è stato consolato da noi, se ha ricevuto pane e acqua per il viaggio, coraggio per oggi e domani.

Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere: e tu mi hai aiutato. Sei passi di un percorso, dove la sostanza della vita ha un nome: amore. Sei passi per incamminarci verso il Regno, la terra come Dio la sogna. A nessuno di noi è chiesto di compiere miracoli, ma di prenderci cura delle persone. Non di guarire i malati, ma di visitarli, di accudire con premura una persona anziana in casa, di custodire in silenzioso eroismo un figlio disabile, di aver cura senza clamore del coniuge in crisi, di un vicino che non ce la fa. Non c’è domani per chi non si apre al bisognoso, per chi, potendolo, non si è fatto pane dell’affamato. Che cosa resterà della nostra persona quando non rimarrà più niente? Resterà l’amore dato e ricevuto. 

Gli allontanati da Dio che male hanno commesso? Il loro peccato grave è l’omissione: non hanno fatto niente di bene, non hanno dato nulla alla vita. Si fa del male anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra. Restare a guardare è già farsi complici del male comune, della corruzione: è la “globalizzazione dell’indifferenza”. L’ultimo giorno mostra la vera alternativa: è tra chi si ferma accanto all’uomo bastonato e a terra, e chi invece tira dritto, tra chi spezza il pane e chi gira dall’altra parte e passa oltre. La salvezza è legata ad un po’ di pane, ad un bicchiere d’acqua, ad un vestito donato, ai passi di una visita. Si può fallire la vita. Lontani dal povero, siamo lontani da Dio, lontani da noi stessi. Il male grande è aver smarrito lo sguardo, l’attenzione, il cuore di Dio fra noi.

3. Esecuzione delle sentenze.  Noi cristiani abbiamo la fortuna di sapere già chiaramente che cosa dobbiamo fare per salvarci, sappiamo già che, mediante le opere i misericordia, ci salveremo. Non potremo dire: “non lo sapevamo”.

Fin d’ora viviamo in pienezza la solidarietà umana. Facciamo il bene e, senza dubitare, crediamo che il Signore ci darà una gioia infinita che supera infinitamente ogni nostro merito.

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